lunedì , 22 Luglio 2019
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Il kamikaze di Istanbul aveva chiesto asilo politico

Kamikaze-profugo: la richiesta di asilo politico come vaucher di impunità per fare una strage? La domanda è d’obbligo all’indomani della scoperta sul conto del 28enne che si è fatto esplodere nel centro di Istanbul, uccidendo 10 turisti tedeschi e ferendone 15. Nabil Fadli, nato in Arabia Saudita, appena una settimana fa, il 5 gennaio, aveva bussato alla porta dell’ufficio immigrazione turco per chiedere lo status di rifugiato. Lo dimostra un video pubblicato dal quotidiano turco Haberturk. Era assieme ad altre quattro persone, e gli erano state prese le impronte digitali, ma le autorità si sono affrettate a precisare che il suo nome non figurava su liste di ricercati. Un dettaglio se vogliamo secondario, dal momento che gli è stato sufficiente chiedere asilo per ottenere porte aperte nella città che in seguito ha deciso di «violentare» con il suo folle gesto.
 Un po’ la stessa cosa di Tarek Belgacem, il tunisino ucciso il 7 gennaio scorso mentre tentava di entrare in un commissariato di Parigi con un coltello e una finta cintura esplosiva. La polizia svizzera ieri ha rivelato che l’uomo «aveva chiesto asilo in Svizzera nel 2013, ma la sua richiesta fu respinta e fu rimandato in Italia a giugno».A poco serve oggi l’ondata di arresti effettuati in Turchia, dove sono state fermate complessivamente 65 persone: tre russi, 15 siriani e un turco ad Ankara; ventuno al confine con la Siria ed altri nella provincia di Mersin, ad Adana e Dyarbakir. La permeabilità delle frontiere turcosiriane unite alla logica perversa dei richiedenti asilo si rivelano due elementi determinanti a favore del Califfato, su cui la cecità europea rischia di uscire con le ossa rotte. «Questo incidente è un po’ diverso dagli altri in termini di intenzioni e in termini di obiettivi» ha detto alla Reuters Aaron Stein, senior fellow presso l’Atlantic Council’sRafik Hariri Center, in quanto negli attacchi precedenti i turchi attraversavano la Siria per combattere i curdi. Mentre stavolta non solo un saudita si è spinto in uno dei luoghi simbolo del turismo turco, ma lo ha fatto protetto dall’ombrello del suo status di richiedente asilo.
La tesi del Commissario Europeo agli Esteri, Federica Mogherini, è che da mesi siamo consapevoli di avere un interesse comune nel contrastare e sconfiggere Daesh, «per questo abbiamo rafforzato la nostra collaborazione nell’antiterrorismo con la Turchia e con altri Paesi della Regione». Al momento non pare stia funzionando. La polizia di Erdogan, che mantiene un assurdo e illiberale silenzio stampa in tutto il Paese sulla vicenda, ha poi arrestato tre cittadini russi accusati di essere affiliati all’Isis, ma non è chiaro se la mossa rientrasse nell’inchiesta sull’attacco di piazza Sultanahmet. Il tutto mentre in Germania dalle colonne della Frankfurter Allgemeine Zeitung la scrittrice Monika Maron ha criticato la politica dei rifugiati attuata dal governo federale, dal momento che nella situazione attuale, i meccanismi del sistema parlamentare «sono praticamente paralizzati».
E i confini restano spalancati.In giornata la difesa è stata affidata al ministro dell’Interno turco Efkan Ala che, in un briefing congiunto con il suo omologo tedesco Thomas de Maiziere, ha confermato che le impronte digitali dell’uomo erano note alle autorità turche. Non una parola sulle modalità di controlli e prevenzione che andrebbero inasprite, anche per via del bonus da tre miliardi di euro che l’Ue ha concesso proprio alla Turchia: ufficialmente per gestire meglio il dossier migrazioni, ma nei fatti una colpo (a salve) nella lotta all’Isis.
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